martedì 30 luglio 2013

A Proposito della Fobia del Telegiornale


Sappiamo che le fobie sono paure eccessive associate a comportamenti di evitamento che hanno lo scopo di restringere l'interazione con ciò che è temuto e liberare l'individuo che ne soffre dall'angoscia. Dal punto di vista psicologico spesso le fobie costituiscono un tentativo di modulare angosce connesse a competitività e timori di ritorsioni (la famosa angoscia di castrazione delle tematiche edipiche) e da sforzi per fare fronte alla paura di perdere il controllo (problematiche connesse all'autonomia). I pattern contro-fobici sono quelli in cui un oggetto o una situazione temuta vengono cercati attivamente. Le ripetizioni contro-fobiche, nonostante appaiano di un certo successo, raramente sfociano nella padronanza dell'apprensione fobica, ma possono portare ad una ripetizione compulsiva dell'attività fino a determinare un disagio notevole. Raramente comunque questa modalità di comportamento risulta distonica (soggettivamente indesiderabile) e quindi raramente i pazienti chiedono un trattamento, nonostante questi comportamenti a volte possano risultare francamente rischiosi o autodistruttivi. Un esempio tipico (senza andare a pescare nelle condotte a rischio di acrobati e funamboli) è quello di quelle persone che amano i film horror di cui hanno evidentemente molta paura (altrimenti risulterebbero per lo più noiosi). Proprio per vincere questa paura tendono a sviluppare una predilezione per questo genere di film nonostante gli determinino notevoli problemi sul piano della qualità di un sonno disturbato da spiacevoli incubi.
Spesso le fobie riguardano oggetti che di per sé determinano una sensazione di paura nella maggior parte delle persone (la paura di entrare nella gabbia di un leone per esempio), mentre altre volte l'oggetto diventa fonte di paura in funzione di ciò che l'individuo gli attribuisce: è il caso dei ragni che di per sé sarebbero inoffensivi a meno che non gli vengano attribuite caratteristiche particolarmente pericolose come quelle della famosa vedova nera, attraverso un processo di generalizzazione che porta ad uno stato acuto di angoscia che ha molte caratteristiche dello stato paranoide. Non è questo il luogo in cui possiamo interpretare il simbolismo del ragno che ha radici che affondano nella notte dei tempi (radici – terra – madre terra – madre ….), quindi bando alle associazioni e occupiamoci senza altri preamboli del nuovo genere di film horror che va in onda tipicamente ai pasti, e che noi comunemente chiamiamo telegiornale (TG per gli amici). Un mio collega argentino ultraottantenne psicoanalista e terapeuta di coppia e della famiglia, qualche tempo fa rifletteva su come, dopo oltre 50 anni, la televisione ha fatto ingresso nelle nostre case ed è diventata a tutti gli effetti un membro della famiglia il cui parere è di per sé autorevole. Jannacci negli anni '70 fa aveva intuito questo effetto nel testo di una bellissima canzone: “Quelli che ...” “...l'ha detto il telegiornale...”. Nel tempo quindi la televisione si è seduta alla tavola delle famiglie ed è diventata l'organizzatrice della conversazione “da pasto”. Molti di noi si sono adattati al punto di riuscire a dire (a 40 anni da Vermicino), dopo la notizia di un centinaio di morti in un incidente aereo: “scusa cara … mi passi il pane?...”.Quindi sembra che siamo riusciti a creare due situazioni che hanno il sapore della fiction: quella del telegiornale che possiamo vivere come un qualcosa di non reale e quella della famiglia a tavola con il TG che mangia tranquillamente tra una catastrofe e l'altra in un clima tra il surreale ed il grottesco.
In questo contesto, che ho probabilmente adulterato allo scopo di ottenere una scenografia idonea allo sviluppo di una fobia, si determinano nel tempo quegli adattamenti individuali che ciascuno di noi riesce a mettere in atto sulla base della propria struttura di personalità. Come ho tentato di spiegare nelle righe introduttive, gli adattamenti contro-fobici che sono costituiti dal sottoporsi quotidianamente a questo trattamento con tutti i meccanismi di difesa che portano al distacco ed all'isolamento degli affetti, sono di solito sintonici. Quindi non deve stupire il fatto che siano solo quelle persone particolarmente impressionabili e che sviluppano un disturbo fobico a lamentarsi e a chiedere eventualmente assistenza. La componente fobica può essere determinata attraverso diversi meccanismi tra cui: l'identificazione con l'aggressore e quindi la paura di mettere in atto comportamenti efferati in uno stato di discontrollo, una specie di raptus, l'identificazione con la vittima o più semplicemente (ma non dal punto di vista psicologico) attraverso la paura della paura che è quella sensazione che coglie gli individui di fronte alla possibilità di confrontarsi con qualcosa che non conoscono e che potrebbe determinare uno stato acuto di angoscia. E' il problema di non sapere in anticipo che cosa terribile il telegiornale oggi ci proporrà per pranzo. Sono questi i casi in cui si sviluppa la condotta di evitamento che si può mettere in atto semplicemente spegnendo la televisione, allontanandosi dall'apparecchio interrompendo il pasto o attraverso quel comportamento molto fastidioso (per gli altri) che è lo zapping compulsivo che è fonte di notevole irritazione e furiose discussioni. In alternativa (alla fuga) queste persone possono soffrire di uno stato di angoscia spesso associata a somatizzazioni fino a sfociare in un vero e proprio stato di panico. Nella mia pratica clinica mi ritrovo sempre più spesso ad avere a che fare con persone che non riuscono più a guardare il telegiornale fino a sviluppare una fobia o una vera e propria ossessione. Qualcuno potrebbe chiedersi a che cosa serva rivolgersi ad uno psichiatra quando basta semplicemente premere un tasto del telecomando? Ed è in effetti quello che io chiedo a questi pazienti e come spesso accade in psichiatria, scopriamo che un sintomo non è altro che la punta (evidente) di un iceberg (sommerso nel mare dell'inconscio) e che può essere l'occasione per ciascuno di noi per capire un po' di più se stessi. Agli eroi che sfidano il telegiornale senza battere ciglio e facendo la scarpetta questa possibilità è inesorabilmente preclusa.

mercoledì 24 luglio 2013

Psicopatologia dell'Uomo Politico Italiano


Non c'è grande simpatia per gli uomini politici. La cosa sembrerebbe scontata se non fosse per il fatto che siamo noi stessi a determinarne l'esistenza. Questo un po' dipende da una forma di invidia che ci fa pensare che saremmo migliori se fossimo al loro posto e un po' dal comportamento spesso arrogante che il politico medio assume dopo un po' di tempo che si ritrova a gestire un potere, che di solito non è abituato a sostenere. Il prezzo e quello di una perdita più o meno parziale di quell'equilibrio che aveva fatto intravedere ai potenziali elettori e che di conseguenza ne aveva determinato l'elezione.
Nella mia pratica di psichiatra nel servizio pubblico, mi sono spesso imbattuto in ottimi colleghi che una volta diventati primari si sono rivelati davvero pessimi. Pensavo che il primariato a contratto della durata di cinque anni, avrebbe migliorato la situazione in tal senso, ma purtroppo le conferme dopo i cinque anni sono diventate prassi e il timore della non riconferma ha contribuito ad implementare quei comportamenti nei colleghi primari che, più che volti a migliorare i servizi, risultano prevalentemente finalizzati a mantenere loro stessi nel ruolo.
Sulla base di questa esperienza mutuata nei servizi di psichiatria ho pensato che nei casi in cui si determini una concentrazione di potere, bisognerebbe porsi il problema dei potenziali effetti collaterali che questo potere potrebbe determinare in soggetti incapaci di tollerare carichi di responsabilità che eccedano le loro capacità. Il prezzo che si paga è lo sviluppo di comportamenti condizionati da una psicopatologia devastante per il politico di turno e catastrofica per coloro che dovrebbero essere i beneficiari della loro gestione cioè coloro che lo hanno eletto.
L'essere umano ha molti problemi ad pensarsi come soggetto a tempo determinato. La mitologia greca è ricca di esempi di uomini che nel tentativo di perdere il loro status di mortali hanno pagato un prezzo altissimo (Prometeo rimediò una bella cirrosi). Il mito aveva proprio lo scopo di ricordare agli uomini la propria mortalità e attraverso questa consapevolezza, essere d'aiuto nel mantenere un certo equilibrio. Anzi, a giudicare gli dei immortali dai propri comportamenti privi di principi etici e morali sembra proprio che gli umani, con la loro certezza della fine siano stati i depositari del buon senso, come ci racconta Omero a proposito di Ulisse.
L'uomo politico italiano quindi con la sua possibilità di riconferma a tempo indeterminato, rischia nel tempo di perdere la consapevolezza dei propri limiti e di credersi una sorta di semidio che anela all'immortalità. Sappiamo tutti come il tempo minimo di una legislatura che da diritto ad una pensione a vita sia stato motivo di sopravvivenza di molti governi che non avrebbero avuto alcun senso sul piano concreto. Un esempio lampante è sicuramente quello del governo attuale. Perpetuare la legislatura fino alla scadenza da indubbi vantaggi ai politici eletti e nonostante le critiche che piovono copiose da parte di cittadini delusi, non sembrano interessati alla perdita temporanea di consenso, anche perchè le eventuali prossime elezioni sono lontane e la memoria degli elettori è notoriamente corta. D'altra parte nessuno può negare che è veramente molto difficile trovare in una qualsiasi popolazione (in senso statistico) una maggioranza che abbia tratti masochistici sufficienti da prendere delle decisioni contro il proprio stesso interesse.
Sembra quindi che i nostri politici dal momento in cui vengono eletti per la prima volta, di fronte al terrifico quinquennio in cui potranno esercitare il proprio potere, diventino inevitabilmente vittime di una sindrome: la “sindrome da potere cronico”. Una via paradossale d'uscita da tale situazione sarebbe quella di conferire incarichi a vita in modo tale che i soggetti incaricati non debbano preoccuparsi della propria rielezione. E' quello succede a molti senatori a vita, che in una condizione di tempo indeterminato, il famoso “per sempre”, appaiono diventare particolarmente saggi. Un altro esempio di potere vitalizio è quello del papa, che nel tempo sembra affinare le proprie capacità di gestione senza mostrare segni di cedimento (ad eccezione del caso unico di Benedetto XVI°). Ci sarebbe però da precisare che in questo caso i potenziali eletti vengono da una ristretta cerchia di eleggibili forgiati in una scuola di managment della durata di alcuni decenni (i cardinali).
Il pragmatismo anglosassone ha capito l'esistenza di questo pericolo fin da tempi immemori e ha definito costituzionalmente il tempo in cui un singolo uomo può gestire il potere. Il tempo determinato permette a questi uomini di mostrarsi agli altri come simili, come umani che mangiano, bevono, ridono, stanno con i figli o con i nipoti (Obama ne è un esempio). Questo assetto sembra garantire sia il politico stesso che esce dalla sua esperienza di responsabilità con un bagaglio tale da permettergli un futuro da saggio comunicatore, sia per la democrazia che si può permettere in tal modo pluralità di visioni nel tempo e in alcuni casi una certa alternanza politica.
Il concetto di alternanza politica in Italia è assolutamente sui generis, ed è più mutuato dalla psicologia infantile che dal pragmatismo anglo sassone: “adesso tocca a me giocare perchè fino ad adesso hai giocato tu”. Era questo il senso dell'alternanza grottescamente inaugurato dalla coppia Craxi-De Mita qualche decennio fa, che anziché rimanere nella storia come esempio di imbecillità è diventato il fondamento del nostro sistema politico cosiddetto maggioritario.
Ma ritorniamo alla sindrome da potere cronico. Sembra che questo disturbo, per chi ne soffre, nasca proprio nel momento in cui si raggiunge il cosiddetto successo e comincia la paura di perderlo. La frase celebre di uno dei principali manager politici italiani del dopo guerra “il potere logora chi non ce l'ha” ha proprio questo senso ma sarebbe più chiara se la articolassimo chiarendo la coniugazione dei verbi trasformandola in “il potere logora chi non ce lo avrà” oppure la svelassimo con una riedizione più manifesta: “il potere logora chi teme di perderlo”. In questo caso appare evidente come l'aspetto distruttivo del potere stia nella possibilità della perdita che questo potere include. Freud sosteneva in uno scritto su “coloro che soccombono al successo” che il lavoro psicoanalitico insegna che le forze della coscienza morale che provocano la malattia in conseguenza del successo, anziché come al solito con la frustrazione, sono intimamente connesse con il rapporto precedente con il padre e con la madre, come del resto lo è il nostro senso di colpa in generale. In uno scritto successivo sui “delinquenti per senso di colpa” Freud riscontrava come in alcuni casi il senso di colpa era precedente l'atto illecito e non conseguente ad esso. Bisogna ricordare che il parricidio e l'incesto con la madre sono i due grandi delitti degli uomini, gli unici che nella società primitiva venivano perseguiti ed esecrati per sé stessi. Dobbiamo inoltre ricordare come l'umanità abbia acquisito in relazione al complesso edipico quella coscienza morale che ora è considerata come una forza spirituale innata.
Ma come possiamo ipotizzare che il senso di colpa possa giocare un ruolo importante nella delinquenza umana? Freud sosteneva che è facile osservare come nei bambini che diventano “cattivi” per sollecitare una punizione, dopo essere castigati essi si tranquillizzano e si pacificano. Spesso l'indagine analitica porta sulle tracce del senso di colpa che li aveva appunto indotti a procurarsi il castigo. Per gli adulti si devono eccettuare quei delinquenti che commettono atti criminosi senza alcun senso di colpa cioè quei casi di psicopatia sostenuta dal narcisismo maligno di Kernberg. Ma per ciò che riguarda la maggior parte dei delinquenti questo punto di vista potrebbe chiarire alcuni lati oscuri della loro psicologia e fornire un nuovo fondamento psicologico alla pena.
A questo punto qualcuno (io stesso per esempio) potrei sospettare una certa manipolazione delle parole di Freud contestualizzandole nel caso della sindrome da potere cronico. Ma se noi sostituissimo la definizione di atto delinquenziale che Freud usa in tale scritto con la parola “misfatto” che in precedenza aveva usato per definire tali comportamenti riferiti ai bambini, forse ci farà sembrare la teoria del senso di colpa applicata ai misfatti dei politici dopo la loro elezione meno speculativa. Freud inoltre ricordava come la preesistenza del senso di colpa ed il ricorso, per una sua razionalizzazione, al misfatto era già nota anche a Nietzsche e traspariva nelle parole di Zarathustra “Del pallido delinquente”.
Ritornando ai certi nostri amati uomini politici potremmo ipotizzare che il senso di colpa quindi preceda i loro misfatti che una volta realizzati consentiranno loro la salvifica redenzione attraverso l'espiazione della pena. Sono questi i casi di politici logorati dalla fobia di perdere il potere. Non so però quanto questa interpretazione possa darci elementi sufficienti per comprendere invece quei casi di uomini politici che non commettono atti sufficienti per una punizione in senso legale, casi in cui di conseguenza mancando la pena, il senso di colpa non potrà essere espiato. Chiunque potrebbe dire che sul piano psicopatologico questi sembrerebbero i casi di minor gravità. Ad una riflessione più approfondita però potremmo anche sospettare che nei casi ipotizzati come meno gravi, il senso di colpa diventi per certi versi meno presente e quindi potremmo pensare ad una variante, sebbene più presentabile, più subdola, più incline a quelle logiche che sfuggono al senso di colpa e lo sostituiscono più o meno marcatamente con il senso di vergogna. Siamo in un ambito meno esplicito in cui le cose nascoste sono prevalenti rispetto a quelle manifeste, l'implicito domina l'esplicito. Ce ne accorgiamo perchè le parole nella bocca di questi soggetti diventano allusive, a volte francamente elusive rispetto al significato che comunemente può essere ad esse attribuito. L'eloquio che ne deriva è quel politichese di cui spesso i giornalisti abusano dimenticandosi di essere comuni mortali e di partecipare alla mensa degli dei solo come spettatori non paganti. E quando le parole perdono il loro significato e ne acquistano uno proprio sulla base del contesto in cui vengono pronunciate, siamo in uno stile di comunicazione che i sistemici definivano a doppio legame, il cui effetto è quello di determinare dubbi e incertezze in chi ascolta. Non siamo nelle braccia di una madre buona che ci permetterà di affrancarci dai nostri misfatti con una pena equa, ma nelle mani fredde di una madre schizofrenogena che ci porterà giorno dopo giorno e in maniera doppiamente inconsapevole alla più profonda follia. Forse è per questo che molti politici non suscitano simpatia ...

venerdì 12 luglio 2013

Ritratto del femminicida


Premetto che le generalizzazioni su cui mi baserò per tentare di fare un quadro della struttura di personalità di un femminicida, non consentono l'individuazione di singoli casi, che in virtù delle peculiarità di ciascun essere umano, sfuggono inevitabilmente a qualsiasi tentativo di inquadramento in un cluster definito. L'applicazione di principi generali ai singoli casi ha un costo di falsi positivi e falsi negativi che vanificherebbe di fatto lo sforzo in sé.
Questa riflessione ha il senso di fornire delle considerazioni di massima che possano dare una spiegazione sul come e sulla base di quali presupposti un uomo possa arrivare ad uccidere una donna con cui abbia, o abbia avuto in passato, una relazione o meno.
In 25 anni di lavoro come psichiatra, ho incontrato molte donne spaventate da uomini più o meno oggettivamente o solo potenzialmente violenti, mentre non ricordo di aver mai avuto a che fare con un femminicida o un uomo con intenzioni seriamente tali, non avendo comunque un'esperienza di psichiatria carceraria. Potrei supporre che sia molto raro (non per presunzione, ma sulla base delle diverse migliaia di pazienti con cui ho avuto una relazione in questi 25 anni) che potenziali femminicidi consultino uno psichiatra o uno psicoterapeuta per ottenere un qualche genere di aiuto. Da ciò possiamo presupporre che queste persone in generale abbiamo poca propensione a percepire l'angoscia anche se ci capita di vederli piuttosto contriti nelle immagini televisive dell'arresto, forse anche per un sentimento di vergogna per essere stati scoperti e catturati. Alcuni sapranno come la differenza fra il senso di colpa ed il senso di vergogna stia genericamente negli aspetti relazionali, dal momento che la vergogna si riferisce alla perdita dell'ideale di sé, mentre la colpa comprende la perdita dell'altro. Ovviamente vergogna e colpa non si presentano in una logica antitetica ma piuttosto in un continuum in cui le polarizzazioni sono solo teoriche.
Un'altra considerazione è che spesso il femminicida, a parte episodi di violenza nei confronti della vittima (quando c'è relazione), proprio in virtù della grande attenzione che dà agli aspetti idealizzati di sé, risulta avere una immagine pubblica tutt'altro che sospetta tanto che nelle testimonianze di vicini di casa e conoscenti (amici in senso stretto di solito non ne hanno) risultano persone gentili e nel complesso particolarmente tranquille. Siamo quindi di fronte a personalità dissociate in cui il falso sé funzionante, potrebbe non reggere ai sentimenti di angoscia nel momento in cui le vittime di questi uomini tentano di sottrarsi al loro dominio, minando così pericolosamente la loro cosiddetta autostima. Anche l'autostima di cui tanto facilmente quanto a sproposito si parla nei saloni di bellezza (si chiama marketing) non costituisce concetto di facile comprensibilità. Potremmo definirla come la capacità nel tempo di mantenere un'immagine interna coerente ed integrata di sé. La perdita dell'autostima porta in genere ad una sensazione di angoscia di frammentazione, una sorta di derealizzazione (perdita di contatto con la propria realtà) che, se insostenibile, diventa il presupposto per l'eliminazione della parte cattiva dell'oggetto frustrante e mancante fonte di tanta sofferenza, nel tentativo di preservarne il buono. In tali persone l'altro è concepito solo come funzionale al mantenimento della propria integrità e la sensazione di disintegrazione viene proiettata all'esterno sotto forma di annientamento dell'oggetto cattivo. Quando parliamo di proiezione in una parte della psichiatria si allude implicitamente alla paranoia e noi sappiamo come la gelosia non sia altro che una forma di paranoia.
Il concetto chiave, che non ho ancora nominato, che ci permette di avere una visione d'insieme della struttura di personalità di un potenziale femminicida e che ci dà una possibile spiegazione dei diversi casi di femminicidio è quello di narcisismo. Sappiamo quanto il narcisismo sia importante per strutturare il nostro carattere, quanto sia utile nelle logiche di autoaffermazione e fondamentale nel mantenimento della nostra famigerata autostima (e quindi nell'economia dei saloni di bellezza). Dal punto di vista evolutivo il narcisismo è il punto di partenza che ci permette di prendere coscienza di noi stessi nella fusione con l'altro che non viene percepito come separato. Purtroppo nel tempo qualsiasi bambino (molto piccolo) sperimenta che l'oggetto d'amore (di solito la madre) è anche frustrante e che a volte non c'è, gettandolo nella disperazione più totale e ad una protesta non sempre ascoltata. Nel tempo, se le cose non si complicano, e se la frustrazione come diceva un mio collega qualche decennio fa è ottimale, riusciamo a tollerare un certo grado di separazione e questa separazione ci permette di sperimentare progressivamente l'altro come possibile oggetto con cui avere una relazione. Nel tempo acquistiamo sempre più la capacità di separarci in virtù della possibilità di mantenere un'immagine interna dell'oggetto anche in sua assenza. In tale contesto il termine oggetto (altro) è utilizzato come alternativa al soggetto (io).
Può accadere in alcuni casi che questo processo di individuazione e di formazione delle logiche relazionali si arresti precocemente, determinando una incapacità di tollerare la frustrazione se non al prezzo di cancellare l'oggetto esterno e di tornare ad uno stato indefinito in cui l'altro esiste solo in funzione delle proprie necessità e diventa quindi nient'altro che una estensione di sé. A questo punto gli altri non hanno più vita propria ma sono solo oggetti su cui proiettare parti non integrate di sé. Se la partner si sottrae a questa proiezione la conseguenza inevitabile è la perdita della propria coesione interna con uno stato conseguente di angoscia cosiddetta di frammentazione. Per uscire da questo stato più o meno celermente una possibilità è la cancellazione (a livello di pensiero) o l'annientamento (a livello fisico) dell'altro. Queste considerazioni possono darci un'idea di cosa possa accadere ad un uomo che uccide dopo anni di violenze una partner che tenti di sottrarsi alla relazione. La cosa che mi colpisce è come le donne riescano a cogliere questo pericolo in maniera lucida tanto che percepiscono spesso chiaramente come la separazione possa costituire il momento di rottura di un equilibrio violento e di come si sentano in tali frangenti realmente a rischio. Certo è vero che l'omicidio accade in una minoranza dei casi e che spesso, anche per motivi fortuiti (l'uomo trova un'altra “vittima”) le cose si risolvano senza fatti tragici. Resta l'impressione che quando una donna avverte questa sensazione di pericolo imminente ci sia sempre un fondamento che va oltre le logiche razionali. Questo spiega anche il perchè molti femminicidi non vengano evitati nonostante le continue richieste d'aiuto delle vittime: molte volte accade che queste donne portino solo la paura, condizionate anche dalle manipolazioni del partner, e non le prove inoppugnabili di un reale pericolo. Purtroppo quando queste prove esistono può essere troppo tardi.
Esistono comunque altri casi di femminicidio in cui non ci sono rapporti tra la vittima e l'assassino e spesso in tali casi si riscontra una certa tendenza alla serialità. Anche in questo caso e forse in maniera eclatante, il narcisismo costituisce la chiave di lettura che ci permette di capire come possano funzionare (si fa per dire) le cose. Il narcisismo in questo caso assume una forma particolare (maligna diceva un mio collega) e si associa a valenze sadiche e psicopatiche in una miscela terribile di cui violenza, sofferenza, spietatezza sono le componenti fondamentali. Abbiamo a che fare con individui per cui l'altro non è oggetto altro da sé ma semplicemente una cosa che acquista vita solo nella sofferenza in una logica proiettiva. A proposito, nella proiezione, proprio come accade al cinema, dove uno schermo acquista una vita che altrimenti non avrebbe, succede che pensieri propri, sia negativi (su basi fobiche), che positivi (in base alla speranza), vengano attribuiti ad altri senza averne consapevolezza. Questo meccanismo è fonte frequentemente di notevoli fraintendimenti.
Ci si potrebbe chiedere a questo punto come mai il femminicida sia così frequentemente maschio, dati i rari casi di maschicidio. Mi rendo conto che la domanda potrebbe suonare come bizzarra ma non mi sembra del tutto scontata e purtroppo neppure semplice. Cercherò comunque di rendere le cose comprensibili al prezzo di una certa banalizzazione focalizzando l'attenzione sulle tematiche sado-masochistiche. Abbiamo visto come gli aspetti sadici diventino centrali nei casi di femminicidio in cui il femminicida non ha rapporti con la vittima e in un altro scritto di qualche settimana fa tentavo di spiegare come il masochismo nelle donne determina a volte una tendenza a sopportare la sofferenza nella speranza che questa tolleranza sia riconosciuta e premiata. E' ovvio che tratti sadici possano essere presenti anche in molte donne e che simmetricamente tratti masochistici possano caratterizzare la struttura di personalità di molti uomini. E' anche vero che spesso tratti sadici e masochistici coesistano e per certi versi possano determinare nella quotidianità comportamenti altruistici o cosiddetti egoistici. Il paradosso è che la polarizzazione e quindi la presenza di un tratto in assenza dell'altro costituisca il più delle volte un condizionamento potente della personalità. In considerazione di questo, possiamo pensare che la maggior diffusione di tratti masochistici tra le donne (soggetti ad una forma quasi biologica di pressione selettiva) rende molto improbabile in esse l'eventualità di una strutturazione esclusiva in senso sadico. Al contrario nei maschi un eccesso di sadismo può non essere “bilanciato” e determinare quindi, in strutture fortemente paranoidi o psicopatiche, assetti di personalità che vedono nel più debole un'occasione di affermare se stessi. Questo ovviamente è letteralmente solo un punto di vista, che non comprende le teorie biologiche con ormoni (testosterone e ossitocina) e neurotrasmettitori (serotonina e dopamina) o le teorie sociologiche che molto possono contribuire alla spiegazione di un fenomeno così terribilmente diffuso in questo nostro difficile tempo.
Mi rendo conto di essermi piuttosto dilungato e penso che questi spunti, sufficienti per una riflessione ed una eventuale discussione, possano aver dato l'impressione di un eccesso di indulgenza nel tentativo di comprendere. Ma ai più accorti non sarà sfuggito che per i casi di femminicida più maligni, la speranza di una riabilitazione ad oggi sia da considerarsi solo un'ipotesi scarsamente attendibile e l'unica possibilità che abbiamo a disposizione è quella di un isolamento a tempo indeterminato.

giovedì 6 giugno 2013

Perché è necessaria una legge a tutela delle donne


E' noto quanto le donne abbiano costituito un problema per la psicoanalisi e soprattutto per la metapsicologia analitica. Il paradosso di Freud è quello di aver costruito una teoria al maschile che ha avuto come oggetto di studio una prevalenza di casi clinici al femminile. In una tale ottica la teoria analitica non ha avuto problemi con l'aggressività e gli aspetti sadici correlati ad essa, mentre Freud fu costretto a molte estensioni e revisioni della sua metapsicologia (fondata sui principi biologici del tempo secondo cui gli organismi cercano di ottenere il massimo piacere e tendono a ridurre al minimo il dispiacere) nel caso dei comportamenti autodistruttivi o masochistici. Non voglio sessualizzare (non erotizzare) masochismo e sadismo attribuendone prevalenze rispettivamente a femmine e maschi, ma nel caso di maltrattamenti fino all'omicidio sadico di donne da parte di maschi, esistono casi in cui tendenze sadiche maschili colludono con aspetti masochistici femminili e l'atto omicida risulta essere l'ultimo di una serie di comportamenti violenti fino ad allora in qualche modo tollerati.Emmanuel Ghent ha sostenuto che il masochismo è una perversione del naturale desiderio di arrendersi, una sfida all'assunto occidentale secondo cui arrendersi è sinonimo di sconfitta. Similmente la prospettiva Junghiana vede il masochismo come il lato oscuro del nostro bisogno archetipico di venerare e adorare.
Il comportamento masochista non è di per sé patologico, anche se alla base di esso c'è sempre un desiderio di autoannullamento, e la moralità comune (cattolica ad esempio) a volte ci impone di soffrire in nome di qualcosa di più grande del nostro benessere immediato. E' questo lo spirito con cui Helene Deutsch osservava che la maternità è intrinsecamente masochistica, anteponendo il benessere di piccoli a quello individuale delle madri. In tal senso il masochismo altruistico è alla base di condotte di vita di tipo eroico, perfino santo come nel caso di Mahatma Ghandi e Madre Teresa.
Il termine masochistico viene inoltre utilizzato a volte per indicare modelli non moralistici di autodistruttività come nelle persone che vanno soggette ad incidenti frequenti o in coloro che si mutilano o si feriscono deliberatamente senza intenzione di suicidarsi. L'atto di tagliarsi diventato così frequente fra gli adolescenti in seria difficoltà, viene spiegato con l'assunto che la vista del proprio sangue fa sentire vivi, reali ed è un buon modo per contrastare l'angoscia di percepirsi inesistenti o privi di sensibilità, o vuoti. I bambini imparano presto che mettersi nei guai è un buon modo per attirare l'attenzione delle figure di accudimento. Il termine masochismo non è quindi l'amore per la sofferenza ma è piuttosto collegato all'idea e alla speranza che tollerare dolore e sofferenza dia in qualche modo diritto ad un bene maggiore. Quindi definire masochistico il comportamento di una donna maltrattata che rimane nonostante tutto a convivere con un uomo violento, non vuol dire che la vittima provi piacere in tali situazioni. L'implicazione è piuttosto che queste donne agiscano in base alla convinzione che la sopportazione della violenza le consentirà di ottene qualcosa che giustifica la sofferenza o le eviterà qualche situazione ancor più dolorosa. Sono molte le donne che ho incontrato nella mia pratica clinica che vivevano in una condizione di questo genere subendo maltrattamenti intollerabili nella convinzione di non avere alternativa e di scegliere solo il male minore. Nei sistemi di classificazione (DSM ad esempio) c'è sempre stata una certa difficoltà nell'includere il disturbo masochistico (autodistruttivo) di personalità proprio in considerazione del rischio di far passare la vittima per colpevole con l'accusa di godere nel provar dolore e di provocare in qualche modo l'abuso, per provare una qualche forma di piacere. In realtà potremmo generalizzare dicendo che in qualsiasi disturbo di personalità c'è qualcosa di masochistico dal momento che se i modi di pensare, sentire, relazionarsi, affrontare i problemi e difendersi sono diventati maladattivi, gli schemi della personalità sono in qualche modo diventati autodistruttivi. Come accade per le persone organizzate in senso depressivo, le dinamiche degli individui masochisti vanno da un estremo più anaclitico (i cui temi centrali riguardano il sé in relazione con l'altro) a uno più introiettivo (dove acquisiscono più importanza le questioni relative alla definizione di sé). Le persone masochiste con intensi bisogni anaclitici sono chiamate talvolta masochisti relazionali: le loro azioni autodistruttive sono il risultato degli sforzi atti a mantenere la relazione ad ogni costo. L'espressione “masochista morale” è invece comunemente applicata ad individui più introiettivi, che hanno organizzato la loro autostima intorno alla capacità di tollerare il dolore e il sacrificio. I modelli caratteriali masochistico e depressivo si sovrappongono in larga misura, specialmente al livello nevrotico-sano tanto da rappresentare uno dei caratteri più comuni (Kernberg, 1984, 1988). Resta comunque importante distinguere le due personalità perché ad un livello di organizzazione borderline o psicotica necessitano di stili terapeutici significativamente diversi. E' probabile trovare individui con strutture masochistiche tra i pazienti cronicamente depressi che rispondono in maniera non ottimale o addirittura non rispondono al trattamento (sia psico che farmaco-terapeutico).
Ritornando alla questione delle donne che subiscono abusi e violenze reiterate fino all'omicidio, diventa chiaro sulla base di quanto esposto che, se strutturate in senso masochistico (come nella maggior parte dei casi), non siano in grado di elaborare strategie alternative a quella di subire e tollerare la sofferenza sia come modalità per definirsi (introiettiva) che per riuscire a mantenere la relazione con l'altro (anaclitica). In tali situazioni quindi la tutela della vita di queste donne (e uomini in casi più rari) può essere esercitata solo all'interno di norme che socialmente impongano agli uomini il rispetto delle donne (un tabù) in nome dei principi etici che regolano i rapporti fra individui all'interno di una società civile. Questo il motivo per cui, al di là delle ideologie politiche, può aver senso varare una legge che regolamenti la materia.   

venerdì 12 aprile 2013

Coppie Omosessuali & Adozione

Dall'inizio degli anni '70 assistiamo alla morte dell'Edipo sotto il pretesto che le nostre società contemporanee non riservano più al padre il suo ruolo tradizionale. Winnicott non temeva di confessare che non constatava alcuna traccia di Edipo in molti dei suoi pazienti. Per quello che mi riguarda non posso distaccarmi dalla base fondamentale dell'Edipo: la doppia differenza dei sessi e delle generazioni che presiede alla nascita del soggetto. Secondo questa base, quali che siano le scelte sessuali di un individuo, resta sempre il fatto che non può ignorare di essere nato da una relazione sessuale tra due genitori di una generazione precedente, separati essi stessi dalla differenza dei sessi e che, per tutta la propria vita, dovrà elaborare questa origine. Per quanto lontano ci spingano le nostre scelte personali nel non riprodurre la situazione (ed è tutto il gioco della sessualità infantile che trova qui il suo posto) resta il fatto che è da li che veniamo. Attualmente, si esercitano ogni sorta di pressioni sociali, con effetto colpevolizzante, perché siano riconosciuti i diritti di minoranze più o meno perseguitate. Se non si può affatto negare la persecuzione, il riconoscimento dei diritti resta problematico. Una delle ultime misure discusse è quella dell'adozione di bambini da parte di coppie omosessuali. Discussioni molto spesso distorte sono oggetto di compiacenza mediatica, nessuno vuole del resto rimanere nel "perché no-ismo". Le indagini sui bambini sono state condotte con molta leggerezza e ad ogni modo non sono probanti. E' ben noto che il bambino ha una capacità di assorbimento delle situazioni inabituali del tutto impressionante. Ma quel che è capace di introiettare senza tanto stupirsi dal punto di vista della sua coscienza, non manca tuttavia di procedere sotterraneamente senza che alcun sintomo emerga alla superficie prima di un lungo tempo (latenza) e lasci supporre l'esistenza di conflitti inconsci in lui. E nessuno ha voglia di perturbare l'equilibrio provvisorio che ha acquisito andando ad eccitare dall'esterno, il suo psichismo con il pretesto di una ricerca. In verità, occorre ammettere la nostra attuale ignoranza davanti alla novità delle situazioni incontrate e soprattutto riconoscere che gli eventuali effetti sul bambino dell'allevamento da parte di una coppia omosessuale si manifesteranno raramente prima dell'adolescenza. Si è già accumulata una certa esperienza nel caso dei bambini di una coppia eterosessuale che si sia separata dopo la rivelazione dell'omosessualità di uno dei due genitori. Certo niente ci permette di dire che una patologia sia in corso ma occorre riconoscere ugualmente la necessità di una sorveglianza psicologica costante e calibrata. Diciamo comunque che non è con una clinica pedopsichiatrica macroscopica che si riuscirà a far avanzare le nostre conoscenze. 
Allo stesso modo è molto improbabile che schieramenti politici spesso ideologici possano dirimere una problematica che rischia di far prevalere presunti diritti di genitorialità degli adulti senza tenere sufficientemente in conto e quindi tutelare il diritto alla salute di un bambino. (Grazie ad André Green)

martedì 26 marzo 2013

Il Trionfo del Narcisismo

Mi limito ad esporre in forma schematica, un' ipotesi assolutamente generale, secondo la quale lo spostamento delle patologie verso il polo narcisistico e l'aumento dell'importanza della componente narcisistica nella vita quotidiana, rappresentano una modalità difensiva di fronte alla continua tendenza a rappresentare l'individuo come costantemente insufficiente. 
Questa rappresentazione, proprio per la sua costanza, suona come una prescrizione sociale tanto che il buon individuo è quello che si uniforma ad essa. I messaggi quotidiani che arrivano dall'esterno (dalla televisione e dalla pubblicità ad esempio) definiscono un individuo che non sa, che da solo non ce la farebbe, che per compiti quotidiani banali ha bisogno dell'esperto di un tale o tal altro prodotto o di un qualche genere di consulente (magari globale). Una madre o un padre non saprebbero come fare con il proprio bambino se non ci fosse l'esperto travestito da psichiatra, psicologo o governante di turno a consigliare come trattarlo o addirittura amarlo, come nutrirlo in maniera sana e con quali prodotti. In tale bombardamento di stimoli ci si convince che i problemi quotidiani siano solubili solo con l'aiuto degli altri o con un mezzo esterno. E' sottinteso che tu con la tua testa o con le tue forze non ci arriveresti mai. Messaggio terribile ed omicida perchè l'Io (oggetto d'amore del narcisismo secondario) è proprio quella istanza che, tramite il pensiero, riesce ad escogitare soluzioni adeguate ai problemi interiori ed esterni. Come meravigliarsi quindi che di fronte a questo bombardamento che mina l'autonomia del pensiero, non ci sia una reazione narcisistica adeguata e proporzionale, una tendenza a proteggersi proteggendo proprio quella parte di sé che deve essere amata per sopravvivere come individui? Prima di condannare il narcisismo sfrenato della nostra epoca, come fanno molti nostalgici dei bei tempi andati, converrebbe chiedersi se esso non rappresenti davvero una risposta ad una tendenza culturale e sociale in atto e se, in tal modo, non si vada disegnando il profilo di un essere umano contemporaneo diverso dall'individuo cui eravamo abituati a pensare, sia nelle modalità di soffrire che in quelle di godere. Sembrerebbe una considerazione pessimistica ma per chi è abituato a considerare l'umanità come inesauribilmente complessa e capace di elaborare nuovi strumenti di pensiero, questa potrebbe rappresentare una sfida a pensare l'attualità e il futuro in termini nuovi. La possibilità di considerare in un ottica più ampia la pressione della componente narcisistica sul piano individuale e sociale, potrebbe costituire una chiave strategica per pensare ad una terapia più efficace in campo clinico ed a scelte sul piano politico e sociale mirate ad evitare una difesa narcisistica condizionata da istanze regressive altrimenti insostenibili. (Grazie ad Antonio Alberto Semi)

venerdì 15 marzo 2013

Falsi Laureati e Quasi Laureati: Il Vero e il Falso Sè

Dopo il fenomeno dei falsi laureati, in questi ultimi tempi sta prendendo piede un nuovo modo di accreditarsi un quasi titolo. Molti personaggi pubblici, onorevoli o aspiranti tali hanno deciso di fare outing e dichiarano spontaneamente di non essere laureati ma di aver fatto comunque tutti (o quasi tutti) gli esami del corso di laurea a cui erano iscritti ("mi manca la tesi"). Questa confessione sembra restituire credibilità ed onestà ai comunque laureandi, ma solleva un problema che diversi miei pazienti riferiscono nel corso dei colloqui. Qual è la differenza tra quei pazienti che chiedono aiuto proprio per un problema legato alla mancata conclusione del corso di laurea, fonte di sofferenza e di un senso di fallimento e le persone che utilizzano le stesse circostanze per attribuirsi un quasi titolo che sembra costituire una sorta di compensazione equipollente? La cosa che mi viene in mente su due piedi è che nei primi prevalgono sentimenti che vanno dalla colpa alla vergogna, nei secondi all'opposto un senso di superiorità basato su di un atteggiamento di squalifica, disprezzo ("non mi serve un pezzo di carta"). Rimanendo in superficie sembrerebbe che i secondi siano molto più fortunati dei primi (è spesso così ...) e che, invece di finire "in terapia" a pagare le sedute sentendosi dire dai parenti che devono farcela da soli, riescano (in qualche caso) a procacciarsi un lavoretto niente male (quello di deputato per esempio) e ben retribuito, ammirati ed invidiati per la capacità di farcela nonostante tutto. E' veramente improbabile che questi quasi laureati di successo (ma che hanno fatto quasi o tutti gli esami) difficilmente arrivino a sperimentare qualche difficoltà che poi potrebbe portarli ad una richiesta di aiuto. Sembrano veramente fortunati. Abbiamo anche visto come i falsi laureati (cioè quelli che si attribuiscono una laurea che non hanno mai conseguito) riescano a sopportare discretamente anche il momento in cui vengono "scoperti" con una capacità notevole di minimizzare una cosa che sembra diventare un dettaglio insignificante. D'altra parte c'è da chiedersi quale altro meccanismo potrebbe permettere una sopravvivenza decente nel momento in cui si venga esposti alla pubblica gogna se non un salvifico diniego. Questi smascheramenti sembrano però un monito per i mascherati (cioè i sedicenti laureati non scoperti) e sembrano fattore determinante per questa epidemia di outing ("non sono laureato") che sembra imperversare negli ultimi tempi. Quindi nonostante il diniego e la negazione che ci permettono una mania onnipotente compensatoria (in cui gli elementi depressivi di colpa vengono eliminati) sembra che una certa paura di essere scoperti persista. E la paura di essere scoperti rimanda per assonanza (e neanche tanto) alla paranoia che a volte può alienare ma altre in qualche modo essere salvifica per coloro che fanno troppo affidamento sulle proprie capacità di negazione. Quindi l'outing (chiamiamolo così) sembra determinato da una difesa paranoide che concede al non laureato una via di scampo. All'onnipotenza lasciamo quel pugno di esami che sebbene inutili ci lasciano la possibilità di sopportare una sensazione che sarebbe di solo fallimento. Un senso di fallimento che nella sofferenza potrebbe permettere quella richiesta di aiuto probabile occasione di una vita possibile.






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