giovedì 22 dicembre 2016
mercoledì 16 novembre 2016
venerdì 26 settembre 2014
De Falco (e Schettino): il mito dell'Eroe (e dell'Antieroe)
Di solito si mette fra parentesi ciò
che sarebbe implicito ma si teme che non lo sia per tutti. Il titolo
quindi potrebbe essere semplicemente questo: “De Falco: il mito
dell'eroe. Ma sarebbe veramente esistito un De Falco senza uno
Schettino, sarebbe stato eroico Ettore senza il pavido Paride? La
logica è quella di poter pensare che ogni medaglia ha
inevitabilmente un suo rovescio anche se quando si tenta la fortuna
l'unica medaglia desiderabile è quella su cui abbiamo scommesso,
quella vincente e temiamo che la sorte avversa possa propinarci
quella perdente. Quindi l'eroe e l'antieroe cosa rappresentano per la
gente, per l'immaginario collettivo, come direbbe un analista
junghiano. L'idea, inevitabilmente la mia idea, è quella che l'eroe
possa rappresentare per ciascuno di noi quella parte ideale di sé a
cui ognuno vorrebbe uniformarsi, mentre l'antieroe di conseguenza
potrebbe rappresentare invece quella parte che noi temiamo, di cui
abbiamo paura e di cui fondamentalmente ci vergognamo. Vorremmo
quindi che gli altri vedessero di noi solo quella parte che noi
investiamo di significati positivi, che ci renderà agli occhi degli
altri persone di successo, invidiabili, mentre vorremmo nascondere
quella parte buia di noi stessi che ci vede spaventati, impreparati,
incapaci. Da una parte quindi una figura adulta ideale costruita
sull'idealizzazione di un padre (o una madre) onnipotente, dall'altra
quella di un bambino piagnucoloso e spaventato che non sa affrontare
cose più grandi di lui. Da una parte un padre (eterno) che intima al
bambino di non muoversi, dall'altra un bamboccio che di fronte al
pericolo scappa da codardo.
In tutto questo sproloquio c'è
qualcosa che non va. Non so se ve ne siete accorti, ma la logica di
fondo è quella dell'idealizzazione e della svalutazione,
dell'esibizione e della vergogna. Mi chiedo dove sia finita la pietà
dell'eroe che lo porta al sacrificio per sanare il proprio senso di
colpa, dove si è nascosta la triste consapevolezza di Paride che
affronta Achille consapevole della sua paura, di Don Abbondio che sa
che uno il coraggio non se lo può dare. In questa storia moderna di
eroi ed antieroi non c'è niente di tutto questo. Solo una messa in
scena per permettere a ciascuno di noi di proiettare le parti scisse
di sé in un'altalena alterante che non porterà niente di buono.
mercoledì 24 settembre 2014
20 Anni del Centro di Psichiatria e Psicoterapia
Nel
1994
un gruppo di psichiatri
e
psicoterapeuti decise
di lavorare insieme come riferimento nel territorio al di fuori del
servizio pubblico. L'idea era quella di un luogo che integrasse
l'approccio biologico e quello psicologico della psichiatria,
mettendo a disposizione di chi soffre professionisti competenti.
Sono trascorsi 20 anni e alcuni aspetti dell'organizzazione sono
cambiati: abbiamo una nuova sede, una Sala Convegni da oltre 100
posti, la Certificazione di Idoneità al Sistema di Qualità
Regionale, una rete di relazioni con colleghi, enti di formazione
ed Università. Una cosa però non è cambiata e non cambierà mai:
il rispetto
per la sofferenza
e l'interesse per il benessere
dei
nostri pazienti. Grazie a quanti in questi 20 anni ci hanno accordato
la loro fiducia.
venerdì 4 luglio 2014
Gli Errori della Psichiatria
Quando si ha a che fare
con la complessità della psichiatria accade spesso che si
presupponga come chiave di lettura uno specifico approccio che tende
ad escludere punti di vista alternativi. E' quello che accade nella
logica antitetica tra ottica psicologica e biologica. Questi
presupposti per certi versi pregiudiziali, sono spesso causa di
errori di interpretazione perché potenzialmente condizionati dagli
errori di ciascun approccio specifico.
Gli Errori dell'Approccio
Psicologico alla Psichiatria
Alcuni critici della
psichiatria, specialmente tra gli psicologi e i sociologi, dall'alto
di una posizione erudita, mettono sotto accusa il riduzionismo della
nosografia psichiatrica, che con un termine unico (come ad esempio:
depressione) raggruppa un insieme di persone ignorandone le diversità
e le molteplici cause che nella vita ne producono i sintomi. Per
quanto tempo ancora saremo costretti a sentire il ritornello secondo
cui la psichiatria ha medicalizzato la quotidianità? Certo non
possiamo sostenere che questa critica sia falsa, anzi potremmo anche
dire che è vera per più della metà. E' probabile che in
psichiatria ci sia una tendenza a iper patologizzare e questo fin da
prima dell'avvento di quello che oggi chiamiamo riduzionismo
biologico. Per un secolo, gli psicoanalisti hanno per certi versi
iper patologizzato sebbene essi non potessero essere affatto accusati
di riduzionismo biologico. Forse la tendenza a catalogare è alla
base di una pletora di categorie diagnostiche, che nel tentativo
disperato di cogliere le infinite sfumature della clinica, spaccano
per così dire il capello in quattro dando così la sensazione di
avere un' etichetta per chiunque.
Di fronte a queste
critiche dobbiamo pensare che c'è un profondo errore nella
psicologia e nella psichiatria e che ha origini più lontane nel
tempo rispetto all'era biologica. Non c'è peggior rischio
nell'approccio psicologico alla psichiatria della fallacia di una
certa tendenza a “giustificare” un sintomo o una malattia con
razionalizzazioni riguardanti le presunte cause alla base di esse.
Quante volte un paziente
ci ha detto, quando gli chiediamo una spiegazione dei sintomi
depressivi o maniacali, “ero depresso a causa di x, y etc..”,
“divento maniacale, quando sono veramente interessato alle cose”?
Quante volte abbiamo visto clinici della salute mentale sottovalutare
disturbi dell'umore, a causa delle giustificazioni derivanti da
molteplici stressors psicosociali? Quante volte ancora saremo
costretti ad assistere al teatrino messo in piedi da presunti esperti
della salute mentale che giustificano un suicidio con tasse da pagare
o multe ingiuste e non preventivabili?
Questi giudizi
psicologici o meglio para-psicologici, si basano esclusivamente sul
senso comune. Ma se il senso comune fosse sufficiente a spiegare le
cose, i nostri pazienti non avrebbero bisogno di psichiatri e
psicologi ma potrebbero essere curati da parenti e amici se non da se
stessi. Molti in realtà pensano questo e purtroppo questa mia
affermazione è piuttosto lontana dall'essere una battuta di spirito.
Se i pazienti attraversano la soglia dello studio di un clinico, vuol
dire che il senso comune ha fallito e che di per sé non è
sufficiente. Quindi sarà necessario un senso scientifico, che è
piuttosto diverso dal comune buon senso.
Gli Eventi della Vita
causano veramente una depressione?
Una gran quantità di
letteratura scientifica negli ultimi decenni si è occupata della
relazione tra i cosiddetti “life events” e la depressione nel
tentativo di dimostrare un nesso tra episodio depressivo ed evento
stressante. Ma quali sono questi eventi della vita che possono
determinare un disturbo dell'umore? Problemi con il coniuge, con il
capo al lavoro, o con un figlio, problemi finanziari, perdita della
casa, malattie varie sono spesso chiamati in causa. Ci si domanderà
quindi chi nel corso della propria vita eviterà o può presumere di
poter evitare problemi di questo genere? La domanda quindi potrebbe
diventare non tanto perché questi eventi causino una depressione,
quanto piuttosto come mai la maggior parte delle persone che vanno
incontro a tali problemi non sviluppino un disturbo depressivo.
Ovviamente nel mondo della psichiatria c'è anche chi si è occupato
di questo. Lo spunto per una possibile spiegazione del motivo per cui
tentare di creare dei nessi di causa effetto tra eventi stressanti e
psichiatria può avere un senso, viene da alcuni studi condotti negli
anni '70 e '80 su pazienti con un'epilessia grave resistente alla
terapia che venivano sottoposti ad un intervento di resezione del
corpo calloso, nel tentativo di isolare i due emisferi cerebrali e
prevenire le convulsioni generalizzate. Questi interventi diedero il
via ad alcune interessanti ricerche di tipo neuropsicologico.
Mostrando un disegno che raffigura una donna che parla al telefono,
ponendolo nel campo visivo sinistro di un paziente in cui fosse stato
disconnesso l'emisfero destro, e quindi impedisse il passaggio
dell'informazione all'emisfero sinistro in cui si trova il centro del
linguaggio soprattutto nei destrimani, capitava che alcune persone
descrivessero comunque l'azione raffigurata nel disegno ma
sbagliando, descrivendo l'azione come ad esempio quella di un
bambino che gioca a palla. Ma se veniva chiesto allo stesso paziente
di mostrare cosa facesse il protagonista della vignetta, alcuni
prendevano il telefono con la mano sinistra (riproducendo quindi
l'azione corretta). Quindi questo dimostrava che pur avendo
l'informazione, essi non erano in grado di esprimerla verbalmente. Ma
ancora più interessante era il fatto cha anziché ammettere la
propria incapacità di espressione, essi comunque facevano qualcosa,
una specie di confabulazione. Questo quindi è quello che il nostro
cervello fa, cioè razionalizza. Noi cerchiamo una ragione per ogni
cosa e gli psichiatri lo sanno bene perché quando domandano ad un
paziente il motivo per cui ha l'ansia ad esempio, il paziente di
fatto non lo sa, ma non per questo rinuncia a trovare una spiegazione
ragionevole. Ma molte volte le spiegazioni razionalizzate, basate sul
senso comune sono false, soprattutto nei casi in cui sono in ballo
cause di tipo biologico. Quindi ritornando al ruolo dei life events,
possiamo ipotizzare che essi possono influenzare il momento
dell'insorgenza dell'episodio depressivo, ma non ne spiegano
l'eziologia. Alla base di episodi depressivi, soprattutto se
ricorrenti, non può che esserci una causa interna probabilmente
biologica che in qualche modo può spiegare come mai il 10% delle
persone diventino depresse di fronte ad un evento che non causa un
disturbo dell'umore nel 90% dei casi. Questo forse è un buon motivo
per riflettere sulle cause biologiche della depressione senza
tacciare l'approccio come inevitabilmente riduzionista. Esiste quindi
alla base di queste tendenze alla spiegazione razionalizzata un
riduzionismo psicologico molto simile a quello che può esistere
nell'approccio biologico.
Gli Errori dell'Approccio
Biologico alla Psichiatria
Accade di frequente,
quando si esprimono delle perplessità nei confronti della validità
di alcuni costrutti diagnostici come il disturbo da deficit
dell'attenzione e iperattività (ADHD), o il disturbo borderline di
personalità, di sentirsi rispondere che questi disturbi determinano
dei cambiamenti specifici nel cervello ed è dimostrato dalle
tecniche di neuro imaging. Come si può ignorare un dato così
oggettivo rispetto ad una malattia evidentemente biologica?
Il problema è che spesso
in psichiatria confondiamo i termini biologico e malattia: non tutte
le cose che hanno a che fare con la biologia sono malattie anche se
per altri versi potremmo affermare che in qualche modo tutte le
malattie sono in ultima analisi biologicamente determinate. Noi
sappiamo che tutte le esperienze psicologiche degli esseri umani sono
mediate dal cervello e che il cervello cambierà tutte le volte che
avrà delle esperienze. Leggere un articolo che parla del cervello è
un'esperienza psicologica. Un delirio nella schizofrenia è
inevitabilmente un'esperienza psicologica. E' però altrettanto
chiaro che il cambiamento che nel cervello si determina leggendo un
articolo non riflette una condizione di malattia, mentre quello del
secondo caso, evidentemente si.
Quindi mostrare dei
cambiamenti cerebrali con una risonanza magnetica nel caso di ADHD o
di un disturbo borderline, non dimostra che queste condizioni siano
malattie. Se si guarda la televisione o si gioca con un videogame si
verificheranno dei cambiamenti nel cervello e si potrebbero anche
avere contemporaneamente sintomi di ADHD. Se una persona vine
ripetutamente abusata nel corso della propria vita, questa persona
subirà dei cambiamenti nel proprio cervello, e potrebbe anche
sviluppare nel tempo dei sintomi clinici di una personalità
borderline. Ma questi cambiamenti nel cervello non hanno lo stesso
ruolo causale dell'atrofia neuronale che si determina nella trisomia
del cromosoma 21, o nella schizofrenia o piuttosto nel disturbo
bipolare, che hanno un substrato d'origine determinato da una
maggiore componente di tipo genetico. Nel caso delle malattie, i
cambiamenti biologici sono eziologici, determinano cioè la
sintomatologia clinica. Nel caso invece di disturbi come l'ADHD (non
associato a disturbo bipolare) o il disturbo borderline di
personalità, i cambiamenti biologici sono l'effetto, non la causa,
di altri fattori eziologici che determinano la sintomatologia (come
ad esempio gli abusi sessuali). Quindi la biologia non è sinonimo di
malattia perché spesso riflette la patogenesi e non l'eziologia di
un disturbo. Tutte le cose sono mediate dal cervello che è la via
comune finale di ogni esperienza. Ma i cambiamenti che avvengono nel
cervello a loro volta non sono la causa ultima dell'esperienza, sono
al massimo la causa più prossima nel determinare l'esperienza
stessa. Tutto questo determina spesso una posizione rigida e per
certi versi paradossale in alcuni psichiatri, che risultano più
biologicamente orientati del più estremo dei cardiologi. A volte noi
psichiatri abbiamo bisogno di enfatizzare gli aspetti biologici, come
nel caso dell'ADHD, per prescrivere con più tranquillità le
anfetamine; enfatizziamo la biologia della personalità borderline
cosi possiamo sentirci tranquilli quando la diagnostichiamo, evitando
così in buona fede di fare diagnosi alternative come quella di
disturbo bipolare evitando così di prescrivere stabilizzatori
dell'umore. Accade quindi spesso che utilizziamo la biologia per
giustificare la razionalità delle nostre ideologie. Allo stesso
modo, una parte degli psicoanalisti, a lungo gli antagonisti per
antonomasia del pensiero biologico, hanno virato verso la
neuro-psicoanalisi per avvalorare le proprie teorie, snaturandone il
senso e finendo per lo più nei meandri della banalizzazione in
quella che è stata definita da alcuni saggi “la bolla neurale”.
In ogni caso dal momento
che il cervello è la via finale comune, ogni cosa è inevitabilmente
biologica, incluso questo articolo. Ma sarà meglio dimenticare la
biologia a meno che non siamo disposti a distinguere l'eziologia
dalla patogenesi, come farebbe qualsiasi buon medico.
La Possibile Soluzione
E' facile in un articolo
negare o denunciare il riduzionismo sia biologico che psicologico ed
è altrettanto facile nella pratica cadere nel riduzionismo. La
giustificazione più comune è che quando si è sotto pressione, va
bene ogni cosa. Per cui diventiamo tutti bio-psico-sociali e
combiniamo in qualche modo tutti gli approcci, in una sorta di
eclettismo che ci permette di fare quello che ci viene più facile.
Sono i cosiddetti approcci integrati che tanto vanno di moda oggi ma
che sembrano più determinati a risolvere in modo politicamente
corretto i conflitti fra scuole di pensiero, che i problemi effettivi
dei pazienti. Così ci ritroviamo a professare un'approccio biologico
e a cadere in un riduzionismo psicologico e viceversa. Accade che
alcuni psichiatri dominati da un eclettismo furioso facciano la
prescrizione di una terapia farmacologica a margine di una seduta di
(para) psicoterapia. Potremmo dire comunque che, nonostante il mio
neanche tanto velato dissenso, questa forma di eclettismo facile è
la teoria predominante della psichiatria attuale, sempre che si
possa chiamarla “una teoria”. Si tratta in realtà di una forma
di dogmatismo anarchico. C'è da chiedersi a questo proposito se ci
sia una soluzione al di là dell'eclettismo o dell'anarchia e forse
c'è e potrebbe essere questa: la scienza. Essa non ha niente a che
fare con il riduzionismo biologico come molti potrebbero pensare,
anche se da un punto di vista teorico si potrebbe postulare che la
scienza è riduzionistica per natura: essa prova a prendere in
considerazione qualcosa di complesso e tenta di valutarne un aspetto.
Essa accetta solo teorie che sono testabili, preferibilmente
confutabili e non solo confermabili.
Nel caso della
psichiatria, la ricerca scientifica può insegnare che alcune
malattie sono prevalentemente biologiche (come la schizofrenia, il
disturbo bipolare ed alcune forme di depressione ricorrente) e siamo
giustificati nell'avere un atteggiamento riduzionistico nei loro
confronti. Dall'altra parte, alcuni quadri clinici sono
fondamentalmente psicologici dal punto di vista eziologico (come nel
caso di molti quadri clinici di tipo isterico che oggi vengono più o
meno inclusi dalle varie classificazioni DSM nel disturbo post
traumatico da stress (PTSD), alcune forme di panico e i disturbi
cosiddetti somatoformi), altri hanno un'origine per lo più sociale
(come accade in molti casi di ADHD in bambini che vivono in contesti
di povertà ed abbandono e che non possono accedere a sviluppare
strutture comportamentali socialmente condivisibili nella loro vita).
In questi casi non c'è
molto di opinabile, per cui considerare l'origine di questi quadri
clinici non dipende da un punto di vista piuttosto che un altro. La
ricerca scientifica definirà ciò che è biologico, psicologico e
sociale e in qualche caso potrà ipotizzare che due di questi fattori
eziologici possono avere uguale rilevanza (come accade con i tratti
di personalità negli studi di genetica). In questi casi saremmo
giustificati nell'essere “bio-psico-sociali”.
In altre parole il nostro
problema maggiore in psichiatria è che noi non ci affidiamo
realmente alla scienza, lo diciamo solo a parole, e addirittura a
volte abbiamo un atteggiamento di sufficienza nei suoi confronti.
Questo non è sorprendente, dato che la nostra cultura prevalente ha
sviluppato un eccessivo scetticismo, se non una forma di vera e
propria paranoia, nei confronti della scienza. Molti fenomeni di
deriva populistica dominati da un pensiero magico onnipotente ai
confini del fanatismo religioso come il metodo “stamina”, la
“cura Di Bella”, le teorie di scientology, la diffidenza nei
confronti delle vaccinazioni ne sono una evidente testimonianza. In
psichiatria fra l'altro la situazione potrebbe essere peggiorata dal
fatto che chi se ne occupa (incluso me) è motivato da predilezioni
personali a carattere umanistico, aumentando quindi l'impressione di
un'opinabilità che già dilaga quasi incontrastata. Questo è un
altro problema culturale: si tende a considerare l'approccio
umanistico come antitetico a quello scientifico, anche se noi tutti
sappiamo che non abbiamo alternative ad un approccio umanistico se
davvero vogliamo indagare se una persona ha una determinata malattia
oppure no, non si può prescindere in tale compito dal rapporto
umano. I nostri pazienti meritano ed hanno bisogno di un approccio
empatico ed una comprensione umana, quindi di una relazione. Sarebbe
un medico pessimo sia colui che per simpatia omette di diagnosticare
una malattia curabile, che quello che diagnostichi per eccesso di
tecnicismo o prudenza, malattie che non ci sono e prescrive farmaci
inutili che danneggeranno più che essere d'aiuto. Quindi la
relazione è il mezzo che ci permette di arrivare alla diagnosi e in
tale compito in psichiatria vale una regola paradossale: ognuno è il
potenziale peggior medico di se stesso se non si affida alle cure
dell'altro.
Ortoressia Nervosa: quando la ricerca della qualità del cibo può diventare una malattia
L'ortoressia nervosa è
un presunto disturbo dell'alimentazione in cui una persona è
eccessivamente preoccupata per per la qualità e la salubrità del
proprio cibo. Il primo a descrivere questo disturbo è stato Steven
Bratman in un articolo pubblicato nel 1997 sulla rivista Yoga
Journal. Il disturbo comprende sia una specie di fissazione per il
cibo “sano” che una dipendenza da esso e da un'alimentazione
appropriata. In casi estremi tale preoccupazione, come avviene nei
classici disturbi ossessivi, domina la vita dell'individuo che ne
soffre. L'ossessione per il cibo biologicamente puro e per i negozi
in cui esso si vende conduce ad uno stile di vita caratteristico.
Restrizioni dietetiche e pianificazioni relative all'alimentazione,
in combinazione con personalità o tratti prevalenti di personalità
tendenti a sentimenti di superiorità e condotte di tipo
fobico-ossessivo, sono spesso elementi centrali dell'ortoressia
nervosa. La trasgressione delle regole dietetiche comporta un'ansia
intensa, sentimenti di colpa e vergogna e determinano condotte
conseguenti incentrate sul digiuno che può durare anche diversi
giorni. Ad oggi questo non è considerato un disturbo psichiatrico
perchè non incluso nel lunghissimo elenco del DSM V, ma risulta
comunque un quadro clinico piuttosto comune nella pratica quotidiana
di chi si occupa di salute mentale. In realtà la questione è stata
a lungo dibattuta all'interno del gruppo di esperti che si è
occupato dell'interminabile stesura dell'ultima edizione del DSM, ma
è probabile che l'eventuale inclusione dell'ortoressia nervosa
potesse in qualche modo esacerbare i conflitti che negli Stati Uniti
esistono fra psichiatria e organizzazioni anti-psichiatriche che
spesso includono il cibo e una dieta presunta come adeguata, come
elemento centrale per la cura “naturale” delle malattie
psichiatriche in alternativa a quella sintetica propinata dalle
multinazionali del farmaco. In realtà il fenomeno, forse con meno
fanatismi, si è esteso nel tempo a tutti i paesi occidentali e
l'attenzione al cibo è diventata una vera e propria moda, una specie
di nuovo status symbol, la nuova frontiera della vita eterna in cui
cibi ossidanti ed antiossidanti combattono una strenua battaglia per
la sopravvivenza. Questa attenzione ovviamente non costituisce un
disturbo di per sé, ma, inevitabilmente, il diffondersi di alcuni
concetti in maniera ideologica, finisce con il condizionare la
modalità di espressione del disagio psichico e quindi si determinano
sul piano fenomenologico nuovi quadri clinici, non nuove malattie.
Possiamo dire che l'attenzione che viene data alla qualità del cibo
fornisce un piano nuovo di espressività di modalità
fobico-ossessive di interpretazione della nostra realtà. Come
sappiamo dai disturbi dell'alimentazione classici come la bulimia e
l'anoressia nervosa, il cibo riveste un'importanza non solo concreta
come mezzo di sopravvivenza ma anche simbolica come “madre che
nutre”. Quindi nel caso di bulimia ed anoressia avremo una
problematica quantitativa legata ad una madre (introiettata?) che
nutre troppo o troppo poco, mentre nel caso dell'ortoressia avremo un
problema di qualità della relazione e non di quantità, con
strutturazioni che vanno dalla mela avvelenata propinata dalla strega
a Biancaneve o dal serpente tentatore alla povera Eva, a quella che
se mangiata ogni giorno toglie il medico di torno. Quindi il buono e
il cattivo non sembrano dipendere da fenomeni quantitativi come la
presenza/assenza quanto piuttosto dalla qualità della presenza. In
questa ottica ci si potrebbe aspettare una minor gravità dei quadri
di un'eventuale ortoressia perchè si riferirebbero a modalità non
eccessivamente regredite, ma sappiamo come il buono e il cattivo
(relativamente all'oggetto) possono essere alla base di quelle difese
proiettive che tendono a estromettere l'oggetto cattivo e,
attribuendogli una grande pericolosità frutto della nostra
aggressività, farne un oggetto persecutorio. Avremo quindi tutte
quelle conseguenze così consuete nei disturbi dell'alimentazione in
cui il senso di colpa per aver mangiato la mela avvelenata e il senso
di vergogna per non essere stati suffcientemente forti e aderenti al
nostro ideale di sè, costituiscono la ragione profonda di tutte le
deprivazioni ed espiazioni. Si cerca quindi un modo per essere
perdonati o perdonarsi. Ma torniamo all'ortoressia, e soprattutto
alla sua recente storia e al suo “inventore” il dottor Steven
Bratman, che in maniera paradossale non solo non è uno psichiatra ma
è addirittura un medico che praticava e pratica tuttora la medicina
alternativa e che in maniera inaspettata da un punto di vista
ideologico, ma con la coerenza di chi in ogni caso si occupa di
clinica, categorizza un nuovo disturbo. Pubblica un articolo sullo
Yoga Journal (dubito che l'American Journal of Psychiatry o la
Rivista di Freniatria lo avrebbero fatto) in cui spiega come sia
arrivato nel corso della sua lunga esperienza clinica a individuare
una condotta alimentare che presenta molte delle caratteristiche di
un disturbo. Negli anni '70 l'allora Steve Bratman lavorava come
cuoco e addetto alle coltivazioni biologiche in una comunità a nord
di New York. Laureatosi in medicina ha cominciato a praticare la
medicina alternativa e a prescrivere condotte dietetiche per la cura
di alcuni disturbi. Nel suo articolo il dottor Bratman descrive come
nel tempo la sua ortodossia e la sua “fede” nella cura attraverso
la medicina nutrizionale sia diventata meno rigida. Nel tempo il suo
approccio si è per così dire medicalizzato arrivando a considerare
la terapia dietetica come una terapia farmacologica che può avere
effetti terapeutici quanto effetti collaterali. La sua disillusione
comincia proprio al tempo della sua esperienza nella comunità
popolata da idealisti del cibo, in cui si è imbattuto nel caos delle
contraddittorie teorie nutrizionali. Nella comunità i vegetariani
che erano in numero prevalente pretendevano che i cibi fossero
cucinati in pentole e locali diversi rispetto a quelli in cui
venivano cucinate pietanze a base di carne. Le verdure crude amate
dai vegetariani erano odiate dai seguaci della macrobiotica che
mangiano solo verdure cotte. I sostenitori della verdura di stagione
non tolleravano che la comunità spendesse soldi per acquistare
lattuga a gennaio. I cibi piccanti erano considerati da alcuni
terapeutici e da altri dannosi, lo stesso per i crauti ed i cibi
fermentati, la frutta (potenzialmente alla base delle infezioni da
candida), l'aceto e le combinazioni di cibo come proteine ed amidi
dannose per alcuni e addirittura da cucinare assieme per altri (riso
nero e fagioli aduki). Il rischio era che la medicina olistica alla
base di quella nutrizionistica perdesse di vista uno dei principi
fondamentali che è la cura della persona e la dieta ne è solo un
mezzo, non il fine. In tali circostanze il dottor Bratman cominciò a
notare che alcuni dei seguaci più accaniti presentavano dei pattern
cognitivi e comportamentali peculiari, che sembrare configurare un
vero e proprio disturbo. L'ortoressia comincia di solito in maniera
innocente sulla base del desiderio di prevenire malattie croniche o
migliorare la propria salute in generale. Ma il regime dietetico che
si abbraccia ideologicamente, qualsiasi esso sia, comporta una
notevole forza di volontà anche perché spesso differisce
dall'alimentazione dell'infanzia (il latte nel caso dei vegani) o da
quella socialmente condivisa. Per mantenere un'autodisciplina ferrea
si finisce spesso con lo sviluppare un forte senso di superiorità se
non di disprezzo nei confronti di coloro che si cibano di cibo
“immondizia” (che è tutto ciò che il proprio regime dietetico
proibisce). Col passare del tempo ciò che uno mangia, quanto e le
conseguenze di eventuali trasgressioni, costituiscono il pensiero
prevalente della giornata all'insegna dell'ortoressia e l'atto di
mangiare cibo “puro” può acquisire connotazioni
pseudo-spirituali. Le trasgressioni che vanno dal divorare un singolo
acino d'uva al mangiare una pizza maxi, comportano sentimenti di
vergogna e perdita dell'autostima e comportano punizioni fatte di
giorni di digiuno. Quindi resistere alla tentazione diventa uno dei
cardini dell'autostima di chi è affetto da ortoressia. La cosa
interessante del racconto del collega americano è che, “come
spesso accade è basato su una sensibilità proveniente
dall'esperienza personale”. Ai tempi della comunità, quando
gestiva la produzione di coltivazioni biologiche, era diventato
talmente “snob” da considerare scarto qualsiasi verdura fosse
stata raccolta da più di 15 minuti, era totalmente vegetariano,
masticava ogni boccone per 50 volte e consumava il cibo in un posto
tranquillo, cioè da solo, e faceva in modo di sentire il suo
stomaco vuoto alla fine di ogni pasto. Dopo un anno di questo regime
alimentare si sentiva fortissimo, con le idee chiare e disprezzava i
consumatori di barrette di cioccolata e patatine fritte come “meri
animali ridotti a soddisfare le proprie papille gustative”. Però
non si sentiva libero perchè aveva la sensazione di dover dimostrare
in continuazione ai sui “confratelli” la propria capacità di non
trasgredire, e continuava a far lezioni a familiari e amici sui danni
da cibi raffinati e coltivati tra pesticidi e fertilizzanti
artificiali. Penso che a questo punto più di qualcuno riconosca
qualche persona di sua conoscenza o la sensazione che si prova nel
trovarsi a tavola con commensali di questo genere. Il collega
americano è stato “salvato” dall'ossessione e dalla solitudine,
dal verificarsi di due eventi fortuiti. Il primo è stato quello
dell'improvviso ravvedimento del proprio guru dell'alimentazione
vegana che un giorno disse di avere avuto una rivelazione in sogno:
“piuttosto che mangiare i miei germogli da solo, preferisco
condividere una pizza con gli amici”. L'altro evento determinante
fu l'incontro con un monaco benedettino che gli spiego che lasciare
il cibo nel piatto per rimanere con lo stomaco vuoto era un'offesa a
Dio. Il processo per tornare ad un'alimentazione non condizionata
durò comunque un paio d'anni e non fu assolutamente facile proprio a
causa di quei sentimenti di colpa e di vergogna che seguivano tutti i
momenti di “trasgressione” delle regole alimentari precedenti.
Col passare degli anni il
collega americano è diventato sempre più consapevole di quanto una
dieta corretta sia importante per ciascuno di noi e di quanto essa
possa in qualche modo essere “pericolosa”. Alla fine del suo
lavoro cita il caso di una sua paziente sofferente di asma in
trattamento con una dose medio alta di cortisone e di come con una
dieta che tenesse conto delle intolleranze, fosse riuscita a
sospendere completamente la terapia farmacologica. Ma nel tempo il
regime dietetico della sua paziente prese talmente il sopravvento
sulla propria vita, che passava la maggior parte del suo tempo a casa
a pianificare cosa avrebbe mangiato, in una battaglia strenua contro
il craving per cibi peraltro assolutamente salubri come pomodori e
pane. Era assolutamente soddisfatta di essere riuscita a sospendere
il cortisone tanto che inviò molti parenti ed amici in cura dal
dottor Bratman, che però cominciò a chiedersi se veramente avesse
aiutato la sua paziente e se il bilancio tra vantaggi ed effetti
collaterali della dieta bilanciasse la cura di un disturbo serio ma
non grave come l'asma (se fosse stato un tumore o una forma di
sclerosi multipla il dubbio avrebbe avuto meno motivodi esserci).
Bratman era consapevole del fatto che la paziente prima assumeva 4 o
5 compresse di cortisone al giorno ma aveva una vita, mentre adesso
“aveva solo un menu”. Ci sono comunque molti casi in cui la dieta
porta grandi benefici clinici ai pazienti ma bisogna affrontare
questi pazienti con grande equilibrio e senza facili entusiasmi. La
terapia alimentare non è né il trattamento ideale come dicono i
suoi sostenitori, e neanche una inutile perdita di tempo come
affermano i detrattori della medicina convenzionale. “La dieta se
da un lato è un mezzo terapeutico troppo complicato e emotivamente
carico per essere prescritto con leggerezza, dall'altro potrebbe
essere troppo utile ed efficace per essere ignorato”. Con queste
parole il dottor Bratman chiude la sua comunicazione lasciando grandi
spazi di discussione e riflessione. Da un punto di vista clinico, la
mia riflessione sull'ortoressia è che non mi è mai capitato che
qualcuno chiedesse il mio aiuto per un'eccessiva attenzione al
proprio regime dietetico, dal momento che in genere, per quanto
abbiamo visto in precedenza, questa condotta e sostanzialmente
sintonica. Del resto è raro anche che una persona anoressica chieda
spontaneamente aiuto, e in genere chi è affetto da bulimia tende a
nascondere il disturbo. E' comunque piuttosto frequente riscontrare
un'attenzione assolutamente eccessiva nei confronti del cibo, in
molti pazienti con una personalità o un disturbo ossessivo o in
pazienti “guariti” da un pregresso disturbo dell'alimentazione.
Non so se l'ortoressia diventerà in futuro un'altra o l'ennesima
categoria diagnostica, ma sono certo che dal punto di vista della
psicopatologia, essa costituisca un quadro clinico di cui tenere
conto, utile per la comprensione e la cura dei nostri pazienti.
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